Sulla tratta ferroviaria "forli - Milano" intorno alle 5 di oggi pomeriggio, sollecitata dal libro che stavo per finire, pensavo quanto segue:
Se aveste la possibilità di rivivere uno, solo un momento della vostra vita, quale scegliereste?
C'ho pensato a lungo e quasi tutti i momenti selezionati avevano a che fare in qualche modo con uomini piu o meno noti, insomma le solite scene da romanzetti rosa, che preferisco risparmiarvi.
Mi sono sforzata un pochino di più, lasciando il pensiero piu libero, ed un ricordo nitido con odori compresi, si è materializzato.
Avevo circa 13 anni,un body azzurro e bianco, muscoli allennati, odore di polvere di magnesia nelle narici e un pesiero solo:
fare il flick - flack senza assistenza
L'assistenza era per noi "ginnaste" come l'aspirina nel secondo cassetto del comodino per un ipocondriaco, tranquillizzava.
Nel concreto, l'assistenza era la mano dell'istruttore, sotto la schiena, nel momento in cui ci si buttava indietro per toccare terra dopo un breve volo di qualche frazione di secondo.
Ecco, prima di partire per la ricorsa, si gridava "professoreeee mi raccomando, con l'assistenza..."
E lui, rassegnato, faceva si con la testa pensando ad altro, ma quel cenno bastava per farti passare la paura.
Se cadevi male potevi morire.
Questo ci dicevamo, tra di noi, perchè, se andava male il salto, le cose che potevano succedere erano (in ordine crescente di importanza):
1) slogarti i polsi
2) romperti un braccio o tutte e due
3) uno strappo muscolare alla schiena
4) sbattere la testa e perdere la memoria (potrebbe tornare utile oggi...)
5) sbattere la testa e morire
Ancora oggi il mio coraggio è commisurato alla presenza, tra le alternative che compongono il puzzle dele possibilità negative, della possibilità di morire, ad es. devo fare un seminario? Devo parlare in pubblico? Ecco, la domanda è... Se va male che può succedere? se la morte non compare tra le alternative, allora la cosa si puo fare, anche senza assistenza.
Per tornare al ricordo.
L'assistenza era il nostro lexodan, il nostro tavor.
Ma un giorno il prof. ci giocò uno scherzo, ci fece il solito rassegnato cenno col capo, ma non mantenne la silenziosa promessa.
Non mise la mano e solo dopo ci disse che avevamo fatto il filck senza assistenza.
Quel momento segnò il prima e il dopo.
Da quel momento facemmo a meno dell'assistenza, sfidando la morte, noi la pensavamo cosi, e ci sentimmo delle soldatasse tornate vive dalla guerra.
Niente ci avrebbe piu spaventato.
Riempemmo tutti i pali e i muri che ci capitarono a tiro con queste parole:
"oggi 24 ottobre 1990 x, y, z, w, q, hanno fatto il flic senza assistenza"
Niente come quel momento mi ha fatto sentire parte della storia, ovviamente una storia che possiamo capire solo noi ex ginnaste fallite.
Mi piacerebbe sapere il vostro momento che varrebbe la pena rivivere
Per chi vuole sapere cos'è il flick
http://www.youtube.com/watch?v=5maLstxQtIg
sabato 9 maggio 2009
giovedì 23 aprile 2009
AAA CERCASI VETRINETTA
Ieri sono stata al salone del mobile, qui a Milano.
E non capisco un cosa.
Come si fa a chiamare l'evento piu primaverile, piu atteso e meno milanese dell'anno:
"SALONE DEL MOBILE".
Se tu dici a chiunque, fuori dalle mura meneghine:
"Sai ieri sono stata al SALONE DEL MOBILE, una figata, un sacco di gente.. alcol a fiumi..bla bla bla"
Questo "chiunque" ti risponderà: "Al salone del mobile? Ma a fare che? ti devi sposare? devi arredare casa? ma perchè l'alcol? Ognuno portava una bottiglia di vino e poi vomitava sui mobili? Certo che da quando stai a milano..."
Ad esempio mi immagino la casalinga della provincia di Cuneo che legge sulla stampa "si apre oggi il salone del mobile a Milano" e che all'arrivo del maritino gli fa:
"Caro.. Ho fatto il risuotto cuol capriiuolo.. contento??
Per la vetrinetta del salone, quella dove vogliamo mettere il servizio di piatti buono, quello di zia Veronica, che dici...Andiamo a Milano da mia cugina, che c'è la fiera del mobile e magari la troviamo, cosi come la vuoi tu, due metri per due... Tanto alla fiera quanto vuoi che costi, ci saranno pure gli sconti"
Insomma i due partono ignari e il seguito ve lo potete immaginare.
Questo per dire che "SALONE DEL MOBILE" non rende affatto l'effetto tzunami di gente in strada a fare i fighi, che poi del mobile non gliene frega niente a nessuno, anzi io proprio non li capisco sti mobili, non c'è niente da fare.
Come si fa a stare comodi su un divano di ferro che si illumina a intermittenza a seconda del peso(a rieccoce...)insomma, risultato: ti alzi da li con un gran dolore al coccige e con la testa che ti pulsa, pure lei a intermittenza, come le lucine dell'albero di natale.
Insomma sotto sotto io sti designer li odio.
Riescono a fare alzare il prezzo di un semplice mascara del 1000 per 1000 e farti credere che i tuoi occhi ne gioveranno.
Poi con le loro giacchette tutte colorate e i loro occhialoni neri da inttelletuali prima maniera... Bleee..
Però tutta quella gente in giro, tutti quei colori, tutto quell'andirivieni di finti amanti del design, come me (che invece sotto sotto li odio)è l'unica cosa che a milano non ti fa sentire a milano.
Dunque ne vale la pena.
E non capisco un cosa.
Come si fa a chiamare l'evento piu primaverile, piu atteso e meno milanese dell'anno:
"SALONE DEL MOBILE".
Se tu dici a chiunque, fuori dalle mura meneghine:
"Sai ieri sono stata al SALONE DEL MOBILE, una figata, un sacco di gente.. alcol a fiumi..bla bla bla"
Questo "chiunque" ti risponderà: "Al salone del mobile? Ma a fare che? ti devi sposare? devi arredare casa? ma perchè l'alcol? Ognuno portava una bottiglia di vino e poi vomitava sui mobili? Certo che da quando stai a milano..."
Ad esempio mi immagino la casalinga della provincia di Cuneo che legge sulla stampa "si apre oggi il salone del mobile a Milano" e che all'arrivo del maritino gli fa:
"Caro.. Ho fatto il risuotto cuol capriiuolo.. contento??
Per la vetrinetta del salone, quella dove vogliamo mettere il servizio di piatti buono, quello di zia Veronica, che dici...Andiamo a Milano da mia cugina, che c'è la fiera del mobile e magari la troviamo, cosi come la vuoi tu, due metri per due... Tanto alla fiera quanto vuoi che costi, ci saranno pure gli sconti"
Insomma i due partono ignari e il seguito ve lo potete immaginare.
Questo per dire che "SALONE DEL MOBILE" non rende affatto l'effetto tzunami di gente in strada a fare i fighi, che poi del mobile non gliene frega niente a nessuno, anzi io proprio non li capisco sti mobili, non c'è niente da fare.
Come si fa a stare comodi su un divano di ferro che si illumina a intermittenza a seconda del peso(a rieccoce...)insomma, risultato: ti alzi da li con un gran dolore al coccige e con la testa che ti pulsa, pure lei a intermittenza, come le lucine dell'albero di natale.
Insomma sotto sotto io sti designer li odio.
Riescono a fare alzare il prezzo di un semplice mascara del 1000 per 1000 e farti credere che i tuoi occhi ne gioveranno.
Poi con le loro giacchette tutte colorate e i loro occhialoni neri da inttelletuali prima maniera... Bleee..
Però tutta quella gente in giro, tutti quei colori, tutto quell'andirivieni di finti amanti del design, come me (che invece sotto sotto li odio)è l'unica cosa che a milano non ti fa sentire a milano.
Dunque ne vale la pena.
domenica 19 aprile 2009
consigli agli esercenti
Non capisco perchè i camerini dei negozi di abigliamento siano illuminati da una luce criminale che come un cecchino spara, senza pietà, sui tuoi punti deboli.
Quante di voi, dopo aver abbandonato nel reparto accessori quella gonnellina blu (colore che se non fosse andato di moda, avremmo evitato come la peste perchè non sai con cosa abbinarlo), passano in farmacia o in erboristeria a chiedere, con tono discreto, un drenante o depurativo perchè sa... col cambio di stagione...
A volte basterebbe davvero poco per evitare cadute d'umore.
Negozianti, fatevi scaltri.
Se metteste al posto dei neon abbacinanti, delle luci indulgenti, magari anche delle candele qua e la, che ne so, qualche lampada etinca che tu, indossatrice, puoi regolare in base al corqaggio a disposizione, sicuramente vendereste moolto di piu.
Pensateci.
Forse siete d'accordo con le farmacie della zona?
C'è un accordo silente?
Consiglierei di aprire un'inchiesta sul tema.
Un decennio fa pensavo di essere esente da cellulite e banalità, ma oggi, posso dichiarare con orgoglio: "le sento, le vedo, le curo".
Quante di voi, dopo aver abbandonato nel reparto accessori quella gonnellina blu (colore che se non fosse andato di moda, avremmo evitato come la peste perchè non sai con cosa abbinarlo), passano in farmacia o in erboristeria a chiedere, con tono discreto, un drenante o depurativo perchè sa... col cambio di stagione...
A volte basterebbe davvero poco per evitare cadute d'umore.
Negozianti, fatevi scaltri.
Se metteste al posto dei neon abbacinanti, delle luci indulgenti, magari anche delle candele qua e la, che ne so, qualche lampada etinca che tu, indossatrice, puoi regolare in base al corqaggio a disposizione, sicuramente vendereste moolto di piu.
Pensateci.
Forse siete d'accordo con le farmacie della zona?
C'è un accordo silente?
Consiglierei di aprire un'inchiesta sul tema.
Un decennio fa pensavo di essere esente da cellulite e banalità, ma oggi, posso dichiarare con orgoglio: "le sento, le vedo, le curo".
giovedì 16 aprile 2009
TESTAMENTO
Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali ed uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione mi ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento e piogge e grandine
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate,
ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austere forme d’uomo,
madri vestite di bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici; già. I nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri,
dicono sempre si, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono di fuori
Il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro,
il pane è fatto di pietra, l’acqua di fango,
la verità un uccello che non canta.
E’ questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. E’ questo che ti lascio.
di Kriton Athanasulis
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali ed uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione mi ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento e piogge e grandine
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate,
ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austere forme d’uomo,
madri vestite di bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici; già. I nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri,
dicono sempre si, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono di fuori
Il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro,
il pane è fatto di pietra, l’acqua di fango,
la verità un uccello che non canta.
E’ questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. E’ questo che ti lascio.
di Kriton Athanasulis
venerdì 3 aprile 2009
risvegli
Mentre l'America si gode il suo sogno, noi, poveri italiani insonni, ci risvegliamo sudati nel bel mezzo del nostro incubo.
...meno male che silvio c'è...
...meno male che silvio c'è...
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